corinne noca

Rancori

Passiamo la vita ad arrabbiarci, a prendercela per delle inutili futilità, affronti indimenticabili, discussioni che ci portano, a volte, a chiudere rapporti o allontanarci da persone che hanno fatto parte della nostra quotidianità.

Pensiamo di non essere capiti, e anche se proviamo a confrontarci, civilmente, riteniamo di aver sbagliato opinione sull’altro: invece di affrontare le cose, con quel tocco di leggerezza che non guasterebbe, magari sorvolando, le ingabbiamo sul fondo del cuore per mesi, a volte anni finché quel sentimento, chiamato rancore, non viene meno.

Il rancore può rimanere costante, ma con il tempo sedimenta nel profondo. Non lo si dimentica ( anche se dipende sempre dalla causa scatenante), rimane lì, latente.

Quando si crea abbastanza polvere su di esso, ci si rende conto che non è servito a nulla se non ad allontanare persone a cui abbiamo voluto bene e con le quali potrebbe essere difficile ricominciare. La cosa più razionale da fare dovrebbe essere quella di cercare di comprendere che non sempre si può e si riesce ad essere d’accordo su tutto, o che semplicemente siamo umani e possiamo sbagliare. Noi non siamo nessuno per giudicare, possiamo viaggiare sullo stesso binario o meno, ma compreso questo, se teniamo davvero alle  persone con cui affrontiamo certi discorsi dovremmo andare oltre, considerando il fatto che non possiamo – e nemmeno vogliamo- essere uguali.

Perché poi un bel giorno succede che ricevi una chiamata e ti dicono che quella persona, quella con cui tu hai condiviso molti momenti belli -e brutti- della tua vita, forse rischi di non vederla più, o forse non c’è proprio più.  E tu, rimani fermo e inebetito perché ti rendi conto di non aver avuto più modo, per orgoglio o per semplice coerenza di pensiero, di scambiare una sola parola con lei (o lui) e probabilmente non lo potrai più fare.

Sono una persona che non ama discutere. Mi hanno sempre rimproverato, in passato, ai tempi del liceo, di essere una che non si schierava perchè troppo comodo cercare di essere amici di tutti. Può darsi che allora in parte fosse vero,  ma ingenuamente pensavo che non valesse la pena discutere sempre su chi aveva torto o ragione, tanto le cose non cambiavano. Oggi invece, se c’è da schierarsi, mi schiero, sicuramente, se devo dire quello che penso, lo faccio, ma sempre con quel timore recondito di cercare di non ferire, perchè di base non vorrei mai fare del male.  Se c’è da discutere ( non litigare eh), come spesso capita, in famiglia, lo faccio  ma sempre per cavolate. Però non amo andare a dormire con conflitti irrisolti. Perché non so cosa può accadere il giorno dopo.

Ognuno di noi ha una cerchia di affetti che ritiene tali e che preserva da tutto, ma ognuno di noi, una volta nella vita, ha trovato persone con cui ha provato ad instaurare rapporti di amicizia, e dopo anni magari si è accorto di non riuscire ad avere la stessa linea di pensiero. Ma ciò non significa rinnegare ciò che è stato, anzi, significa crescere e rendersi conto che non ci si può più prendere per mano senza lasciarla andare, ma si può mantenere un rapporto di rispetto reciproco misto a pura cordialità, in “onore” a ciò che siamo stati, in passato.

Pensateci bene quando litigate o discutete con un vostro caro e vi sentite male: non lasciate che il tempo ingrandisca quel piccolo divario che si è creato. Un domani potreste pentirvi di non aver fatto nulla per diminuirlo.

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Donne

In italiano, nasciamo tutte signore. Almeno etimologicamente parlando. La parola donna infatti deriva, per assimilazione consonantica, dal latino dŏmna, forma sincopata del latino classico domĭna, e significa appunto “signora” ( è vero che è scritto su Wikipedia, ma ho avuto, nel primo biennio del liceo, una professoressa di latino che per quanto fosse “feroce” e indimenticabile, mi ha dato delle basi così solide della lingua, che ricordo ancora a distanza di vent’anni). Poi che lo siamo veramente, è un altro paio di maniche.

In francese, invece, ci chiamano romanticamente femmes…per loro, indipendentemente da COME siamo, saremo sempre geneticamente femmine, con quell’accezione un po’ sensuale che la lingua si porta dietro. Que dire…magnifique!

Per i nostri cugini spagnoli siamo mujeres,  come per i portoghesi mulheres…  sembra quasi che non esistano le singles nella semantica di queste lingue, deriviamo dalla parola moglie…di chi non si sa, ma linguisticamente possiamo pensare di esserlo. Magari con Banderas, toh che si è separato dopo dieci anni dalla Melanie e si è scoperto essere il migliore amico di Rosita ( la gallina). Inzupposo.

Gli inglesi, grandi semplificatori, ci ricordano che deriviamo dall’uomo (sarà vero?) con woman, mentre i tedeschi, che potevano sembrare i più “cattivi”, ci chiamano Frauen (plurare di Frau che tradotto significa signora). Non paragoniamoci alla Rottermaier che era signorina, Fraulein.

La nostra forza è quindi molteplice: siamo una ma siamo tante, diverse, distinte con caratteristiche comuni che cerchiamo di definire con il nostro carattere. Amiche, nemiche con pregi e difetti, a volte sappiamo essere solidali come Madre Teresa, altre invece invidiose come la Regina Cattiva di Biancaneve. Se solo fossimo capaci di amarci per quello che siamo, per come siamo e per quello che facciamo. L’invidia è davvero tutta femminile. Le peggiori pugnalate, soprattutto sul lavoro, le ho prese da donne.

Oggi è l’8 marzo. Universalmente veniamo festeggiate. Sembriamo unite e solidali in questo giorno, ma io vorrei che lo fossimo sempre. Parliamo sempre di quanto facciamo, di ciò che rappresentiamo e di cosa significa essere Donna. Bene, allora dimostriamolo. E non andando una sera all’anno a festeggiare, ma dandoci la mano, tutti i giorni, sempre. Non si può andare d’accordo con tutti, certamente, ma non facciamoci del male, con parole taglienti o con gesti plateali. Accettiamo i nostri limiti, facendo risaltare le nostri doti, i nostri piccoli talenti. Perché ognuna di noi ne detiene almeno uno. Può essere difficile capire quale sia, per questo invidiamo chi sembra averlo trovato.

Oggi è l’8 marzo: guardiamoci dentro e rispettiamoci. Solo così diventeremo donne, o dominae. Ah sì, Signore.

 

 

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corinne noca

Questione di stima

Spesso le coppie entrano in crisi per vari motivi:  dalla scusa del settimo anno alla nascita di un figlio che distoglie attenzione al partner maschile, dal cambiamento caratteriale di uno dei due al tradimento, dalla scoperta di non essere sulla stessa lunghezza d’onda all’avere obiettivi diversi… Le cause sono molteplici, e nella maggior parte dei casi, quando il divario diventa insostenibile, c’è solo un motivo: la perdita dell’Amore.

Accanto a questa però, io aggiungerei una causa ancora più determinante: la mancanza di stima.

In che senso?

Ci aspettiamo che il partner, uomo o donna, sia il rappresentante di  quello che vorremmo fosse. Passate le farfalle allo stomaco, con il passare del tempo ci si può rendere conto che non è esattamente come ce lo si è figurato. E nonostante lo si ami, viene a mancare quel sentimento che lo rende il punto di riferimento.

Quando conta avere stima per il proprio o la propria compagna? Io credo sia fondamentale. Forse ancora più dell’amore. L’amore come detto più e più volte è un insieme  di sentimenti, non è unico, non è fine a se stesso. Racchiude il desiderio per l’altro, la solidarietà, la generosità, l’anteporre la propria vita per l’altro, la stima. Quest’ultima in fondo cosa indica se non l’apprezzamento estremamente favorevole e positivo che si ha verso qualcuno, verso le sue qualità e le cose che fa?

Si può avere stima senza amare, ma non si può amare senza stima.

Non a caso, nella lingua catalana il verbo estimar significa: rispettare; stimare; apprezzare; volere bene; valutare; amare. T’estimo = Ti amo

Pensateci bene: potreste mai stare con una persona che non stimate? Oppure, cosa crea la perdita di stima in una coppia? L’atteggiamento e il comportamento, o l’aspettativa non realizzata? Se io mi aspetto che lui/lei agisca in un modo e poi questo non succede, mi sento tradita/o perché non avviene ciò che pensavo, non dovesse avvenire. Ma il tradimento è mentale: la raffigurazione e l’aspettativa che avevamo in una determinata occasione od evento, non sono altro che pensieri idealizzati, che ci siamo fatti, di una persona che pensavamo fosse in un modo, mentre in realtà non lo è. E la colpa non è dell’oggetto del nostro pensiero, che magari non ha fatto nulla per farci credere questo, ma è nostra: ci siamo costruiti un castello di principi e/o principesse che non sono reali. Offuscati e ottenebrati da quelle farfalle che sbattono le ali nello stomaco, non siamo stati in grado di percepire e capire subito dopo la realtà dei fatti.

L’amore risolve ogni cosa, ma la stima e il rispetto sono imprescindibili. No?

 

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corinne noca

Cicatrici

E’ da diversi giorni che ho in testa questo post. Il titolo mi è venuto in mente, guarda caso, proprio guardando una cicatrice che ho sul ginocchio destro.

Avevo 14 o 15 anni,una sera d’estate rientravo a casa in bici con la mia amica Laura.

Laura abitava a meno di un chilometro da casa mia, ero andata a trovarla e poi (forse, perchè i ricordi sono un po’ fumosi) avevamo deciso di tornare da me. Casa mia si trova all’inizio di una salita che porta a S.Eusebio, una frazione costituita da una sola via colma di case costruite in stile liberty, dagli anni ’30 in avanti. S.Eusebio, è chiamata la Roasio degli Africani, per il fatto che la maggior parte dei suoi abitanti è emigrata in Africa per lavoro. Dunque, tornando a casa, la salita era diventata una discesa. Non so voi, ma io non sono mai stata un’amante dell’avventura o una sprezzante del pericolo, perciò stringevo i freni della bici per limitare la velocità e non rischiare, anche per questo mi sono sempre definita una persona abbastanza prudente. Purtroppo non avevo considerato quella maledetta ghiaietta che ricopriva l’ingresso del cancello: svoltando a sinistra, ho frenato “dolcemente”, ma l’attrito con i sassolini ha fatto si che la ruota davanti sbandasse facendoci atterrare sulle ginocchia scoperte dai pantaloncini corti. Mi sono impiantata un sasso appuntito che mi ha inciso uno sbrego di 4×2 cm. In alcuni punti del nostro corpo il sangue sgorga come una fontana: la ferita bruciava, ma stoicamente dissi a mia madre “non è successo niente, sono caduta in bici qui davanti”. Mia madre poi non era una donna ansiosa, perciò dopo avermi urlato dietro con il suo fare sempre molto dolce, mi medicò la ferita e mi mise un cerotto. Oggi forse per un taglietto del genere bisognerebbe andare al pronto soccorso e farsi mettere dei punti perchè non sia troppo evidente la cicatrice, ma sinceramente allora non si era nemmeno palesato il pensiero.

Dopo vent’anni mi cade l’occhio su questo ginocchio e mi scappa un sorriso: un ricordo indelebile, da tutti i punti di vista, di una sera qualunque d’estate, di un tempo passato che porto nel cuore, di quella spensieratezza dei giorni da adolescente, coi suoi piccoli problemi quotidiani che di fronte a quelli “maturi” erano nulla.

Quanto è giusto cancellare i segni che ci procuriamo sulla nostra pelle? Gli anni passano per tutti, i segni del tempo lasciano tracce indelebili insieme a quelle fisiche che ci siamo procurati, volenti o nolenti. Penso alle cicatrici delle operazioni di mia madre, a quella piccola bruciatura da sigaretta che ho sul polso destro, all’ustione provocata dall’incidente in Cambogia, e mi chiedo: “se dovessi scegliere tra cancellarli e tenerli, cosa farei?”. Istintivamente e romanticamente risponderei che li terrei, ma pensandoci bene, a livello estetico, quella bruciatura che ho all’altezza del collo del piede la farei sparire: mi è stata provocata in maniera dolorosa, ho rischiato la pelle, e ogni volta che ci penso mi sento una stupida per non essere stata in grado di attraversare una strada. Tutto il resto invece lo manterrei così com’è.

Non ho nulla contro la chirurgia estetica, anzi, al contrario penso che se qualcuno non si sente a suo agio con qualche parte del suo corpo, ben venga che cerchi di migliorarla, chiaramente nei limiti del buongusto, che spesso viene a mancare. Non sono d’accordo sulla trasformazione o sul cambiamento radicale che certe operazioni provocano, e ancor di più non capisco l’ossessione al non voler invecchiare. E’ una condizione naturale, perchè andare contro di essa? Ci sono tanti modi per mantenersi spiritualmente e fisicamente “giovani”, senza dover ricorrere alla chirurgia, si tratta sempre di  una questione di forza di volontà.

Penso che i segni del tempo, le rughe, le cicatrici facciano parte della nostra vita, la difficoltà sta nell’accettarli. Se riusciamo a farlo, possiamo essere fieri di noi stessi, perchè significa che non abbiamo paura di vivere e di affrontare il futuro. Cancellare le tracce del nostro passato significa anche rinnegare una parte di noi,o no?

Da bambina ero affascinata dalla lettura degli anelli degli alberi abbattuti. Il fatto di poter “vedere” e contare quei cerchi dai ceppi mi faceva immaginare la storia di ciascun albero e, non so bene il motivo, ma ne sono sempre rimasta incantata: forse perchè rappresentavano la prova della Vita dell’albero stesso nella perfezione della Natura.

I nostri segni sono i nostri anelli, per quanto possano infastidirci ci rappresentano: cerchiamo di rispettarli e forse, così facendo, impareremo anche ad amarli.

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corinne noca

Io guardo i denti.

Domanda agli uomini: avete mai provato a chiedere ad una donna qual è la prima cosa che guarda in un uomo?

Domanda alle donne: cosa rispondete di solito?

Allora, premesso che l’aspetto fisico gioca chiaramente un ruolo primario, puramente soggettivo visto che la bellezza sta negli occhi di chi guarda, ma superato questo primo momento impattante, ci sono dei particolari che non passano inosservati.

Io, da donna, ho sempre guardato i denti.

I denti stanno in bocca, la bocca si bacia e possiede tutte quelle caratteristiche che possono far scappare le persone: sorriso a scacchiera, alito pestilenziale, mancanza di cura, colore giallognolo, e chi più ne ha, più ne metta. Io li guardo perchè ammetto di avere una vera e propria ossessione per questo apparato. E in famiglia non sono l’unica.

Dicembre 2010. A cena con tutta la famiglia di mio marito per la mia presentazione ufficiale, ad un certo punto mio suocero mi guarda e mi dice: “Ma quei denti lì sono tutti tuoi?”. Io, un po’ presa alla sprovvista,  ho sfoderato il mio classico sorriso Durban’s rispondendo con un modesto “fortunatamente sì”; Fabri ha semplicemente scosso la testa e mia suocera l’ha fulminato con lo sguardo. Lui, con una certa  nonchalance, è andato avanti dicendomi di aver sempre invidiato, oltre che i capelli afro, le dentature bianchissime, soprattutto dei neri, e di aver lottato tutta la vita con il dentista per poter raggiungere il canone desiderato. Ogni volta che vede una bella dentatura l’ammira come fosse un’opera d’arte.

Chiaramente io ho preso tutto il discorso come un complimento e la scena, ancora adesso a distanza di anni, mi fa sorridere ( per restare in tema). Mio marito, allora fidanzato, all’uscita dal ristorante si è scusato per lui, ma io non ne vedevo il motivo. ” Eh sì, non ce n’è motivo perchè i denti che hai in bocca son tutti tuoi, ma se avessi avuto un apparecchio o avessi avuto un intervento non saresti così adesso! Non sono domande da fare, soprattutto la prima volta che vedi una persona!”. In effetti non aveva tutti i torti: ci sono effettivamente cose che non si dovrebbero dire, per lo meno la prima volta, quando ancora non c’è confidenza, ma l’ho comunque trovato spontaneo e tutto sommato, forse per l’argomento che non mi toccava profondamente, divertente. Quella sera mio suocero ha dato il meglio di sè in quanto a figure… Mentre raccontava di una coppia che aveva conosciuto al mare, gli scappa un “lei era mooolto più giovane di lui, avranno avuto 10 anni di differenza”….e mia suocera, seduta al suo fianco, gli da una gomitata e gli dice: “La Cori e il Fabri ne hanno 13…”…in perfetto stile British, è andato avanti affermando che in quelli del mare si notava molto di più perchè lui non portava bene l’età che aveva, era già “bianco” di capelli!

Un paio di giorni fa, invece, sento una mia amica che sta frequentando un ragazzo da un paio di settimane, o meglio, si sono visti due volte. Mi ha fatto un elenco di qualità positive del presunto futuro boy, ma scappa un ma…mi manda la foto e io le dico “beh, non è niente male, cosa c’è che non ti convince, le mani??”….”Co, come hai fatto a capirlo?”…eh…quando c’è qualcosa che non va sono sempre le mani. O i piedi.

Io questi colpi d’occhio non li ho mai capiti. Accetto i denti per i motivi di cui sopra, ma mani e piedi perchè dovrebbero influenzare l’aspetto di una persona? Negli anni ne ho sentiti di simili: “A me piacciono le mani grandi, mi danno un senso di protezione”; “a me invece piacciono le mani piccole, denotano sensibilità”; “a me piacciono i piedi”…scusate, ma con le scarpe, come fate a vederli???

Dai su, tutte queste cose si dicono quando non si è del tutto convinti. Se uno piace, piace subito per com’è fatto (fisicamente intendo), se no, piace per quello che mostra il tempo che  viene trascorso insieme, dove non è l’estetica a colpire, ma la testa, la bellezza cosiddetta interiore.

Rispondere mani e piedi equivale a dire quel famoso aggettivo che stronca tutte le possibilità a chiunque: SIMPATICO/A.

E voi, cosa ne pensate??

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corinne noca

Paura di volare

Erano quasi due anni che non prendevo più un aereo.

Più di una settimana fa, Fabri ed io ci siamo presi una pausa dalla quotidianità e abbiamo trascorso un week end a Valencia. Con la scusa di voler vedere uno spettacolo teatrale in cui c’era un attore a me caro, abbiamo (ho) organizzato questa trasferta, che è andata molto bene e che ci ha permesso di cambiare aria per qualche giorno e trascorrere del tempo insieme ( ogni tanto fa bene alla coppia!).

Per la prima volta in vita mia ho provato una sensazione che non avevo mai sperimentato: la paura di volare.

Io, che ho preso il mio primo aereo a 20 giorni di vita e ho fatto l’assistente di volo per più di due anni, non mi sentivo a mio agio in quel tubo di latta low cost che per tanti anni mi ha fatto scorrazzare in tutti e cinque i continenti. Questa sensazione però non era dovuta al “non capire come fa un aereo a volare”, cosa che mi è stata spiegata molto bene e che mi ha fatto passare l’esame per avere il brevetto dall’ENAC, ma era legata  ad una questione più semplice: la bambina che avevo lasciato a casa.

Per questo fine settimana fatidico, abbiamo inaugurato i nonni babysitter per tre notti  senza la presenza di nessuno di noi due.

Nel mio cervello si sono insinuati pensieri catastrofici.

La mente umana può diventare un contenitore di pensieri negativi accumulati e dimenticati che improvvisamente fuoriescono quando meno te lo aspetti: lo scoperchi come il vaso di Pandora e non sai più cosa fare per contenerli. E non serve sapere che l’aereo vola grazie alla portanza, ai movimenti dei flaps e dei slats, alla velocità costante  o alla densità dell’aria, che diminuisce con l’aumentare della quota di volo, chi se ne frega della spiegazione scientifica: se va giù, va giù e la bambina non la vedo più!

Essendo stata abituata a sentire certi rumori, all’inizio non ci ho fatto tanto caso, poi una volta arrivata in quota ho iniziato a udire i classici suoni delle chiamate tra cabina e cockpit e il film è partito: questo è un aereo low cost, le manutenzioni le avranno fatte? I motori sono a posto? Il comandante o il primo ufficiale sapranno fare un ammaraggio? Ma se finiamo in mare come facciamo? Avranno mangiato cose diverse in cabina? Non è che poi se si sente male uno, sta male anche l’altro?

Tutto così.

La mia visione è stata apocalittica con tanto di tachicardia.

Alla fine, seduta in mezzo a due marcantoni ( mio marito e il mio vicino che era bello grosso pure lui)  ho deciso di appoggiare la testa sulla spalla del mio consorte, e dormire per cercare di stare tranquilla, almeno per le due ore di volo.

Una volta atterrati, ho baciato il mio rosario portafortuna  e non c’ho più pensato…finchè non è stato il momento di tornare.

Siamo arrivati in aeroporto molto prima dell’assegnazione del gate d’imbarco così ho consigliato a Fabri di passare già al metal detector e di essere poi cosí liberi di girare nell’area duty free senza dover fare inutili code. Qui, mi fermano: prima perchè non avevo creato solo due buste trasparenti con creme, cremette, profumini, poi perchè avevo dimenticato una crema mani in borsa. In Italia non ci hanno nemmeno distribuito le buste trasparenti e il beauty è rimasto così come l’avevo preparato a casa. Quando la rimetto a posto, vedo che il mio rosario nero si è sgranato, o meglio, si è staccata una perlina. Tragedia. Lo interpreto come un segno del destino. Prima fermata al metal detector, poi il rosario. Fabri intuisce il mio dispiacere e mi rasserena ,”lo mettiamo a posto a casa, dai non è successo niente”. Eh, speriamo.

Facciamo passare il tempo nell’area d’attesa…l’aeroporto di Valencia non è molto grande e l’area duty free è praticamente pari al soggiorno di casa mia. Quindi anche la carta shopping degli ultimi souvenirs era da scartare. Non ci resta che andare a mangiare.

Finalmente dai monitor compare il gate: ci mettiamo in fila e mio marito mi dice che è inutile stare ad aspettare in coda, tanto si deve entrare tutti. Considerata la coda, deduco che l’aereo è pieno, e per una volta lo seguo, con un po’ di titubanza. Gli ribadisco che  è meglio mettersi in fila, perchè salendo per ultimi il rischio è quello di vedersi mettere il bagaglio in stiva per mancanza di spazio a bordo.

Lui mi prende in giro ma alla fine mi da retta, rimanendo comunque tra gli ultimi. Mentre siamo in coda passa un’assistente di terra e ci da i tags per le valigie: “Non c’è posto a bordo, per gli ultimi passeggeri il bagaglio va in stiva”. Ecco. Quindi, arriviamo a Bergamo e dobbiamo anche aspettare i bagagli. Tra l’altro, la simpatica signora della “rampa” dice a Fabri di infilare la sua valigia nell’apposito “controllo misure” ryanair, tanto per non farsi mancare niente, rischiamo questi 50Euro da pagare per il fuori misura. Fortunatamente il bagaglio passa e il pericolo scampa.

Saliamo a bordo ma non ci sediamo vicino: quando ho prenotato i biglietti online, i posti del ritorno che ci sono stati assegnati erano lontani uno dall’altro, lui in testa, io in coda. Bene, nel cadere giù, non l’avrei nemmeno avuto al mio fianco. Chiedo alla hostess se una volta finito l’imbarco avremmo potuto spostarci e lei, gentilmente, mi dice che non ci sono problemi, e infatti, una volta che siamo tutti seduti, si precipita in testa a prelevarlo e poi cerca una che poteva essere sua moglie. Non me. Di lui si ricordava, di me no. Amen.

Dopo tutte queste vicissitudini, mi riaddormento sulla solita spalla del mio marcantonio e mi sveglio a Bergamo.

Apocalisse scampata. Incubo finito.

 

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La stranezza della gentilezza

E’ così.

Non siamo più abituati ad essere trattati bene dagli sconosciuti.

Qualche giorno fa incontro Federica, la mia testimone di nozze, a pranzo. Abitando distanti l’una dall’altra, io in Piemonte, lei in Lombardia, ci siamo ripromesse di incontrarci una volta al mese a metà strada per trascorrere un po’ di tempo assieme. Decidiamo così di passare la pausa pranzo in un bar, nei pressi di Cologno Monzese,  al Fashion Cafè.

Il nome potrebbe far ricordare i tipici locali milanesi, Old Fashion, Hollywood, Colonial Cafè…in realtà è un bar/ristorante senza grosse aspettative, posizionato in un contesto alquanto industriale (vicino alla sede degli Studi Mediaset), con un piccolo dehor estivo. Essendo a gennaio, chiaramente, entriamo.

La cameriera ci accoglie con estrema gentilezza e sorridente: già qui c’è qualcosa di strano. Ci chiede se siamo in due e ci fa scegliere il posto tra due tavolini disponibili, vicino ad una vetrata. C’era parecchia gente: possono dire di tutto a noi italiani, ma quando è ora di mangiare, anche solo un panino, riempiamo i locali. Il cibo sì che fa girare l’economia. Fede ed io ci sediamo e la ragazza prontamente ci spiattella il menù del giorno; entrambe siamo perennemente a dieta, perciò saltiamo a piè pari i carboidrati dei primi e passiamo ai secondi. Tra una tagliata di pollo e un arrosto di vitello, io scelgo quest’ultimo. La cameriera però mi ferma e mi dice: “L’ho visto prima mentre lo facevano, non te lo consiglio perchè c’è molto grasso, poi non so, vedi tu”. Quindi già mi ha presa per una che sta attenta alla linea ( in realtà non è per questo, a me non è mai piaciuto il grasso nella carne e l’avrei evitato per quello). Seguo il monito e opto per il pollo con insalata mista. Quando ci porta i piatti, mi dice nuovamente:”Se vuoi però te la porto una fetta  da assaggiare”. Che gentile! Pensiamo entrambe.

Mentre facciamo andare le ganasce, che Fabri aveva avvertito di imbullonarci essendo donne di TV (!!!), la simpatica cameriera torna da noi con un piattino di fette d’ananas e un piattino di bomboloni al cioccolato e crema dicendoci: “Questo lo offre la casa”.

A questo punto Fede mi guarda e mi dice: “Cori, non è che ci ha scambiate per qualcuno di famoso?”. Lei bionda, io mora, dico: “Le veline!”.

“Cori, siamo un po’ vecchiotte per esserlo”. E io: ” Quelle storiche!”. Ci ridiamo su, sconvolte da una gentilezza mai riscontrata in un bar qualsiasi durante la pausa pranzo.

Quest’illusione è durata il tempo di un paio di minuti: notiamo l’altro cameriere lasciare gli stessi piattini ad altri tavoli. “Ah ecco, lo stanno dando a tutti, non solo a noi!”.

Voi pensate quanto ci siamo stranite ad essere state trattate così bene in un contesto dove non era nemmeno indispensabile: siamo talmente abituati a essere “dei comuni clienti” che un trattamento educato e gentile ci stupisce. Eppure la gentilezza è una qualità che sta diventando rara in questi tempi; tutti presi dal lavoro, dal tempo, dalla velocità, dai propri problemi, che è facile dimenticarsi dei buoni sentimenti. Manifestarli poi, secondo me, ci farebbe anche stare bene. Io cerco di esserlo sempre, anche quando non ne posso più,  ma in fondo non è colpa di chi incontriamo per caso se la giornata è nata storta o si è rivelata tale. Le cose possono cambiare con la semplicità di un gesto o di una parola.

Se fossimo meno egoisti, forse la stranezza della gentilezza non sarebbe più tale, e questo post non avrebbe senso di esistere. Essere gentili dovrebbe essere una cosa comune, non una chimera.

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